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A volte mi sono sentito come un ladro, perché ho udito parole, ho visto persone e luoghi- e ho usato tutto questo per scrivere(..) Eppure c’era qualcosa di più profondo che si stava muovendo – la forza di quegli incontri. Ogni volta ero nuovamente preso alla sprovvista e il risultato era – ecco una discesa dentro di me stesso. W. C. W., I racconti del Dr. Williams 

Malato
Affetto da cattiva salute o da malattia: indisposto. Fortemente affetto da qualche sensazione angosciante: con il mal di cuore.
Dizionario Universitario Webster

Sento il bisogno di fermarmi e mettere parola su tutto quello che ho vissuto in questo periodo denso, per un profondo senso di gratitudine, che permette di vedere nelle ferite, le feritoie di una gioia più grande. Forse perché scrivere mi permette di fare come l’ostrica che attaccata dal predatore, comincia a creare la perla proprio da quella invasione. Così è la bellezza: nasconde delle storie, spesso dolorose. 

Lavoro in Consultorio e in queste settimane sono stata a fare un turno in Terapia Intensiva per i pz estubati post covid.
Il tentativo che vorrei fare è provare, almeno un po’, a dar voce a chi purtroppo adesso non ne ha. La malattia ci butta giù, ci toglie la terra da sotto i piedi, interrompe la continuità. Non è una bella cosa e come evidenzia la precedente definizione, non si limita allo sconvolgimento delle funzioni corporee. Per tutti noi questo andare giù è inevitabile e spazia dal tollerabile al terrificante. All’interno di un simile mondo rivolto verso il basso ci troviamo tutti i lievi dolori e disagi contro cui inveiamo, a cui ci pieghiamo, che sopportiamo e con cui veniamo a patti nella nostra vita quotidiana. Ma vi sono anche i momenti più catastrofici, quando la continuità immediata della nostra esperienza fisica viene minacciata o seriamente compromessa, quando i nostri cari muoiono, quando la nostra identità, il senso di chi siamo, si disperde nella perplessità e nell’incertezza. 

È difficile “stare” nel senso di impotenza, e guardando, permettersi di vedere quello sguardo. Lo sguardo di chi vorrebbe dire tanto, e lo vedi dalle lacrime che scendono, ma non può farlo perché proprio il respiro e la parola è stata bloccata. Difficile accogliere i silenzi carichi di parole.
Difficile parlare con la valvola fonatoria: “Faccia piano. Una parola alla volta. Frasi brevi. Sono qua. Rallenti.” Sono stati intubati allungo. 

Purtroppo molti di loro hanno contratto il covid in famiglia. Il luogo della cura e della sicurezza è diventato luogo di minaccia. Uno di loro mi ha raccontato di averlo preso proprio la sera a cena con la figlia: gli hanno comunicato che sarebbe diventato nonno. Adesso è più di due mesi che è in ospedale. Spera di vedere la nipote nascere in fine estate. Mi ha colpito quando ha detto: “Non ho paura di morire dottoressa, ho paura di non rivedere più i miei cari!”. 

Già. Perché oltre il respiro, i polmoni rovinati, questo virus attacca il legame. Sono soli. Per tanto tempo.
Ma non voglio fare un elenco di tutte le tragedie di questo periodo, al contrario. Vorrei, come dice Calvino, vedere “Ciò che inferno non è e dargli spazio”. Per me questo Spazio è stato il lavoro dei medici del reparto veramente incredibile, presente e generoso, il modo in cui mi hanno accolto, vedere i miei colleghi che tutti i giorni, accanto a me lavorano per dare Spazio a “Ciò che inferno non è”. Perciò mi commuove l’integrazione costante che vedo “nel” bene e “nel” male. O forse dovrei dire “del” bene e “del” male. 

Per noi operatori sanitari, questo mondo di malattia e di sconforto è il nostro pane quotidiano. 

Perciò, riprendo la domanda e le parole di Saki Santorelli, direttore della Stress Reduction Clinic: 

“Come possiamo accompagnare al meglio coloro che cercano le nostre cure in questa zona d’ombra chiamata “angoscia: mal di cuore”?
C’è soltanto un modo. Dobbiamo andarci di persona.
Questo andare nel mondo sotterraneo costituisce l’argomento di grandi miti e storie fiabesche. Ma è difficile mantenere il cuore aperto, nella discesa agli inferi che ogni dolore comporta. Qui i camici bianchi, i vestiti stirati, le scarpe lucidate sono solo quello che appare in superficie, al di sotto delle quali si trovano stanze buie. Qui c’è un solo abbigliamento possibile: la nudità. 

Per quanto sembra difficile, questa odissea ci offre la possibilità di ritrovare e coltivare la tenerezza e l’apertura del cuore. Senza tale sforzo rischiamo di restare blindati dietro le nostre dure corazze. Perché il nostro lavoro e privilegio consistono nell’assistere e accompagnare gli altri alla scoperta della loro intrinseca interezza, che esiste al di la della malattia anche quando la morte è ormai vicina o quando si deve affrontare la vita con un malanno cronico. 

Forse è proprio il fatto che siamo i servitori delle arti della cura ciò su cui si basano la nostra vocazione e al contempo la nostra benedizione. Il nostro grado di disponibilità a percorrere un simile cammino insieme all’altro è la misura del nostro stesso essere spaccati in due e al contempo della nostra interezza. Questi aspetti sono inseparabili. È impossibile entrare in contatto con la vita che zampilla da tali fratture se non siamo aperti. Quest’acqua viva è un nutrimento ineguagliabile.”